mercoledì, dicembre 02nd, 2009 | Author: redazione

Affrontare quest’argomento non è facile perchè delicato dal punto di vista pastorale (molte persone che si avvicinano alla realtà delle Chiese di Cristo  vivono la drammatica esperienza del divorzio) e biblico. Occorre molto tatto, umanità e sensibilità nell’affrontare queste situazioni e ciò non viene facilitato da una comprensione univoca del problema.

Noi affermiamo che il matrimonio non è un sacramento, ma è comunque una istituzione divina, è lo stato in cui un uomo e una donna decidono (e possono legittimamente) vivere insieme con l’approvazione di Dio, della Chiesa e della società.

In tempi come quelli attuali dove la fornicazione e l’adulterio non vengono più considerati “peccato”, il matrimonio nella prospettiva biblica viene chiaramente svalutato.

1. Il matrimonio nella Bibbia

Dal punto di vista linguistico, le Sacre Scritture non hanno un termine che definisca la persona celibe o nubile, perchè quella matrimoniale è considerata la situazione normale. l’unione tra Adamo ed Eva (Genesi 2:18-24) rivela il modello di relazione tra marito e moglie, unico come quello che c’è tra Yhwh e il Suo popolo (Geremia 3, Ezechiele 16, Osea 1-3).

Colta l’eccezione del profeta Geremia di un celibato forzato quale simbolo profetico (16:2), nelle Scritture dell’Antico Patto non vi è traccia di un invito alla rinuncia del matrimonio: bisogna attendere le parole del Cristo e di Paolo sul celibato per il Regno dei Cieli per riqualificare tale condizione agli occhi di Dio (Matteo 19:10-12; 1Corinzi 7:7-9).

Per molti credenti sembra inconciliabile l’idea che Dio abbia permesso la poligamia, risalente a Lamec (Genesi 4:19) ed ancora oggi vi sono sempre stati gruppi religiosi che la praticano convinti di essere maggiormente fedeli alla Scrittura rispetto agli altri (dagli anabattisti di Munster repressi da Cattolici e Riformati nel 16° secolo sino ai gruppi scismatici della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni - o “Mormone” -). Probabilmente Dio permise la poligamia (senza istituirla!) per far scoprire all’ebreo la bellezza e importanza dell’istituzione originaria del matrimonio monogamo. certo è che l’avere molte mogli procurava molto danno, facendo cadere nel peccato grandi uomini di Dio (Genesi 21;Giudici 8:29-9:57;2Samuele 11;12;1Re 11:1-8).

Studiare il matrimonio nell’Antico Testamento significa conoscere le leggi del levirato (quando un ebreo moriva,suo fratello era tenuto a sposare sua moglie per mantenere la discendenza di lui: Genesi 38:8-10) e del fidanzamento:

Esso era vincolante quasi quanto il matrimonio stesso! tanto che i fidanzati venivano chiamati “marito” e “moglie” (Giovanni 1:8;Matteo 1:19) con gli stessi obblighi di fedeltà (Genesi 29:21; Deuteronomio 22:23-24; Matteo 1:18-20).  Erano i genitori a scegliere la sposa (Genesi 21:21), vi era uno scambio di doni  come il mohar (la dote) quale pegno di fidanzamento, gli abiti degli sposi, la funzione delle damigelle e degli amici, il corteo e la festa nuziale, il ketuba (contratto matrimoniale) e la prova del lenzuolo sulla verginità consumata (quest’ultima ancora presente in alcune culture orientali).

Non dovrebbe sorprendere che Dio si riveli al profeta Osea nel descrivere i Suoi rapporti d’amore e fedeltà col Suo popolo ricorrendo alla descrizione del fidanzamento! (2:19-20; Cf. 2Corinzi 11:2; Apocalisse 19:7;22:17).

 

2. Il Divorzio nella Bibbia

Nell’Antico Testamento il matrimonio era un contratto che poteva essere sciolto per tanti motivi meno che per falsa accusa di infedeltà prematrimoniale (Deuteronomio 22:13-19).

Il brano chiave lo troviamo nel libro del Deuteronomio:  Quand’uno avrà preso una donna e sarà divenuto suo marito, se avvenga ch’ella poi non gli sia più gradita perché ha trovato in lei qualcosa di vergognoso, e scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via di casa sua, s’ella, uscita di casa di colui, va e divien moglie d’un altro marito,  e quest’altro marito la prende in odio, scrive per lei un libello di ripudio, glielo consegna in mano e la manda via di casa sua, o se quest’altro marito che l’avea presa per moglie viene a morire, il primo marito che l’avea mandata via non potrà riprenderla per moglie dopo ch’ella è stata contaminata; poiché sarebbe un’abominazione agli occhi dell’Eterno; e tu non macchierai di peccato il paese che l’Eterno, il tuo Dio, ti dà come eredità. (24:1-4)

La brutta cosa (“Gharvath Dabar”) era l’elemento che determinava il divorzio: per la rigida scuola di Shammai era l’impurità di condotta ad essere qualcosa di vergognoso; per i più liberali della scuola di Hillel poteva essere un’indecenza o qualsiasi cosa che non piacesse al marito. Si esclude che essa possa essere l’adulterio perché il Pentateuco prevedeva la morte per i colpevoli di tale reato (Levitico 20:10;Deuteronomio 22:22), mentre è più corretto interpretarla come indecenza o condotta indecorosa.

 

L’atto di divorzio (“Sepher Cherithuth”) era obbligatorio in caso di ripudio. Aveva anche la funzione di proteggere il buon nome della donna ripudiata da accuse infondate e dichiarava che ella non aveva visto finire il matrimonio a causa dell’infedeltà del marito. Il libello non impediva la riconciliazione tra coniugi, ma una volta consumato il secondo matrimonio, l’intera relazione tra di essi cambia radicalmente. La donna ripudiata e risposta non veniva considerata adultera.

In questo brano non viene nemmeno prescritto il divorzio per indecenza o impurità, quasi a incoraggiare il marito a compiere l’atto di ripudio; semplicemente non viene prevista una penalità civile o ecclesiastica. Da notare che in Israele (come nei popoli semitici) il diritto al divorzio spettava unicamente all’uomo.

Alcuni credono che questo brano del Pentatueco presriva ancora oggi il divorzio come diritto , mentre ciò che appare da una corretta esegesi è l’illecito di una riconciliazione tra moglie divorziata e risposata col primo marito, quando le seconde nozze vengono meno per ripudio o morte del coniuge. La donna sarebbe contaminata (huttammah) a motivo delle seconde nozze, e non potrebbe più tornare dal primo marito, ma la sua condizione non le impedirebbe di contrarre un terzo matrimonio.

Da notare che la parola tradotta “contaminato” è usata nella Bibbia per descrivere l’uomo colpevole di adulterio (Levitico 18:20).

Sappiamo che Dio odia il divorzio (Malachia 2:16), ma vi fu un caso in cui comandò di ripudiare: al ritorno degli esuli dall’esilio, gli ebrei dovettero divorziare dalle mogli pagane (Nehemia 13:23-27) sebbene nulla venga detto circa una loro libertà di contrarre nuovo matrimonio.

Altro verso chiave: Marco 10:9 Quello dunque che Iddio ha congiunto l’uomo non separi. Credo fermamente che non tutto ciò che si unisce nel nome di Dio sia effettivamente unito da Lui! il testo greco andrebbe tradotto “quello che Iddio ha posto sotto lo stesso giogo” e sappiamo come molte coppie non condividano lo stesso giogo d’amore, ma vivano di violenza, menzogna senza essersi unite in onestà: può Dio aver unito effettivamente tali coppie? assolutamente no.

 

Alcuni studiosi ritengono che Gesù nel bollare il divorzio e le nuove nozze come adulterio, non dica che l’uomo non possa sciogliere ciò che Dio ha unito, perchè la fornicazione sarebbe l’unico legittimo motivo per sciogliere il vincolo matrimoniale e sposare un altra persona.

“Per cagion di fornicazione”

Vi sono due punti di vista nel definire questo aspetto del discorso di Gesù:

1. La fornicazione è comunemente equiparata all’adulterio: come la condotta d’Israele nei confronti di Dio venne descritta usando entrambe le parole (Geremia 3:2-3.8;Ezechiele 23:43.45) e nell’apocrifo Siracide si parla di una moglie infedele che commise adulterio fornicando (23:23). il fatto che in Marco e Luca tale eccezione non sia presente è perchè nessun romano o greco avrebbe mai dubitato il fatto che l’adulterio costituisse un motivo valido per divorziare: poichè tra i giudei non c’era l’usanza della separazione senza permesso di risposarsi, Gesù avrenbbe legittimato le nuove nozze.

2. La fornicazione è infedeltà prematrimoniale scoperta dal marito dopo il matrimonio: Gesù non insegna che adulterio o impurità sessuale siano cause di motivo di divorzio, ma occasioni per esercitare il perdono: Dobbiamo considerare che il Cristo ha insegnato una legislazione molto più severa sul divorzio: Deuteronomio 24:1-4 è stato abrogato. nel Vangelo di Matteo Gesù sembra citare una versione di Deuteronomio 24 leggermente diversa  da quella ebraica o greca dei LXX: è probabile che citasse una distorsione di tale precetto comune nel Giudaismo con l’intento di correggerla. La forma qui usata non implica che Mosè avesse dato agli ebrei il diritto di ripudiare le loro moglie o che fossero obbligati a farlo; le Sue parole lasciano intendere che se un uomo ripudiava una moglie, si rendeva necessario il libello di divorzio. il testo di Matteo 19 era rivolto ai farisei, e Gesù essendo ebreo fece riferimento al patto tra fidanzati quale unico contesto in cui la fornicazione poteva essere riscontrata (Matteo 1:18-20)   lo fece perché il suo Vangelo era rivolto agli ebrei e i loro particolari usi e costumi locali riguardo il fidanzamento, che era un vero e proprio contratto matrimoniale. Da notare che La Bibbia cattolica traduce “eccetto il caso di concubinato”, ma fornicazione non va inteso come “adulterio” o “concubinato” perché significa la relazione sessuale illecita tra due persone non sposate, un atto sessuale prematrimoniale (Esodo 22:16;Deuteronomio22:28-29;Matteo 5:33;19:9; Giovanni 8:41). Porneia ha la radice da una parola che significa vendere, riferendosi alla vendita di schiavi a scopo di prostituzione ed include anche l’adulterio e impurità sessuali. Ma non è vero che l’unico uso della parola fornicazione è immoralità di ogni specie, bensì relazione sessuale prematrimoniale (1Corinzi 7:1-2). Al contrario, L’adulterio (moikeia) è la violazione volontaria del contratto matrimoniale da parte di un coniuge, avendo compiuto o desiderato una relazione con una terza persona; la relazione sessuale extraconiugale (Deuteronomio 22:22; Esodo 20:14; Levitico 20:10; Proverbi 6:32-33; Matteo 15:18-20). Il teologo evangelico Whitby interpreta questo insegnamento come riferente all’impurità commessa prima del matrimonio ma scoperta in seguito, non all’adulterio, perché il nostro Salvatore usò la parola porneia, fornicazione, e perché se fosse stata commessa dopo si sarebbe trattato di un crimine capitale (quindi non ci sarebbe stato bisogno del divorzio).  In che senso essa diviene adultera?  Se viene dato un significato passivo all’infinito di questa clausola, potremmo tradurre “egli fa in modo che subisca adulterio” negando che l’uomo facendo così si renda adulterio, ma piuttosto che il suo peccato consista nel rimanere coinvolto nel male che comporta l’adulterio da parte della moglie ripudiata. Sembra che la donna non diventi adultera per il solo fatto di essere divorziata, ma illegittimamente ripudiata dal marito e vittima di una azione legale che non rende la sua condizione considerabile come adulterio. Il marito non può liberarsi di un male che implica esplicito adulterio da parte di altri, e poiché il legame rimane valido e non è stato dissolto dal divorzio, adultera diventa il coniuge che inizia una nuova relazione venendo meno ai precedenti vincoli matrimoniali. Personalmente sostengo questa posizione credendo nell’indissolubilità del matrimonio sino alla morte dei coniugi: anche altrove nella Bibbia viene ribadito che questo legame non può essere spezzato in altro modo.

Paolo e il divorzio

Qualora volessimo trovare nelle sue lettere dei trattati sull’argomento rimarremmo delusi: se non fosse stato per i problemi sorti in alcune chiese, l’apostolo non avrebbe fatto in minimo cenno su matrimonio, divorzio e nuove nozze.

Nel mondo greco romano il matrimonio era considerato monogamo per tutta la vita, ma poteva essere interrotto anche per volontà di uno o entrambi i coniugi se tra i due veniva meno l’affectio maritalis; non erano previste particolari procedure legali ed in epoca imperiale sia l’uomo che la donna potevano accedere rapidamente al divorzio.

L’adulterio era considerato un grave delitto, ritenendolo una grave violazione dei diritti di proprietà del marito e veniva punito severamente, persino con la morte della moglie e del compagno oppure, più frequentemente, con l’esilio di entrambi dalla famiglia e dalla società romana.

Paolo Rifiuta però la concezione secondo la quale lo sposo era signore e padrone della propria moglie, col diritto di disporre di lei a proprio piacimento: l’insegnamento paolino rimarca l’uguaglianza e la responsabilità reciproca dei coniugi (1Corinzi 7,3-4).

Paolo proclama la sacralità e l’onorabilità del matrimonio usando l’immagine del legame tra Cristo e la Chiesa (Efesini 5,32)

Romani 7:1-3 “O ignorate voi, fratelli (poiché io parlo a persone che hanno conoscenza della legge), che la legge signoreggia l’uomo per tutto il tempo ch’egli vive? Infatti la donna maritata è per la legge legata al marito mentre egli vive; ma se il marito muore, ella è sciolta dalla legge che la lega al marito. Ond’è che se mentre vive il marito ella passa ad un altro uomo, sarà chiamata adultera; ma se il marito muore, ella è libera di fronte a quella legge; in guisa che non è adultera se divien moglie d’un altro uomo”

 

L’apostolo anticipa la domanda: “qual’è il rapporto tra il credente e la legge?” e rispondendo ha forse in mente i credenti giudei, ma volendo applicare i principi anche agli stranieri che stoltamente vogliono mettersi sotto la legge facendone la propria regola nonostante siano stati giustificati. Egli si rivolge a persone che hanno familiarità con i principi fondamentali della Toràh e, che pertanto, dovrebbero sapere che la legge non ha niente a che vedere con coloro che sono morti ad essa per rinascere in Cristo.

Per spiegare tale concetto, viene ricordata come la morte rescinda il vincolo matrimoniale, e l’applicazione pratica per alcuni esulerebbe dal discorso matrimoniale, ma Paolo non scrive che la legge è morta (svolge sempre un valido ministero di convincimento di peccato: Giovanni 16:8) ma d’altro canto nè il marito nè la moglie rappresentano la legge.  Se l’apostolo non avesse ritenuto in vigore tale regola, non vi avrebbe fatto ricorso. Per alcuni commentatori, Paolo sta parlando della Legge di Cristo o della legge universale del matrimonio: per i primi credeva che l’unione fosse inviolabile e per tutta la vita, riconfermando la legge del Messia e la sua unione col credente (Romani 7,1-2).

1Corinzi 7,10-15  “Ma ai coniugi ordino non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito,  (e se mai si separa, rimanga senza maritarsi o si riconcilî col marito); e che il marito non lasci la moglie. Ma agli altri dico io, non il Signore: Se un fratello ha una moglie non credente ed ella è contenta di abitar con lui, non la lasci; e la donna che ha un marito non credente, s’egli consente ad abitar con lei, non lasci il marito; perché il marito non credente è santificato nella moglie, e la moglie non credente è santificata nel marito credente; altrimenti i vostri figliuoli sarebbero impuri, mentre ora sono santi. Però, se il non credente si separa, si separi pure; in tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati; ma Dio ci ha chiamati a vivere in pace”

 Se il non credente vuole separarsi (chorizeitai) spezzi (chorizestho) l’unione matrimoniale; [questo deve essere il senso inteso qui da Paolo alla luce del detto di Gesù sul matrimonio in Marco 10,9: “l’uomo non separi (me chorizeto)”]; in queste circostanze il credente non è vincolato o, letteralmente, “soggetto a servitù” (ou dedouloutai).

 

1Corinzi 7:39 “La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di sposarsi con chi vuole, purché lo faccia nel Signore”.

Paolo si rivolge alle donne cristiane, sposate con credenti o increduli, e spiega chiaramente non vi è legittimità di nuove nozze per loro sino alla morte del partner. il problema di molti credenti è che nel vivere il fallimento del proprio matrimonio davanti a Dio si sentono liberi di poterne contrarre un’altro. occorrerebbe seguire bene i consigli paolini a riguardo:

1Corinzi 7:27 Ti trovi legato a una donna? Non cercare di scioglierti. Sei sciolto da donna? Non andare a cercarla.

Molti problemi in seno alle chiese si risolverebbero se ognuno rimanesse nella condizione in cui si trova, senza cercare un nuovo vincolo coniugale. ma questo è è comunque un dono di Dio e non una condizione da poter imporre.

Che Dio ci aiuti per mezzo del Suo Santo Spirito a sostenere le coppie in difficoltà, e coloro che vivono i fallimenti matrimoniali indirizzandoli secondo il saggio consiglio della Parola di Dio.

Categoria: Autori diversi
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